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Educare all’Arte. Intervista alle autrici

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Educare all’Arte. Immagini Esperienze Percorsi

Quali caratteristiche distinguono questo libro da altri dedicati allo stesso argomento?
Paola Vassalli (curatrice) – Più che un manuale di storia dell’arte, questo libro vuole essere una sorta di albo illustrato, un susseguirsi di immagini che porta l’elemento iconico ad imporsi su quello verbale. Se il primo volume di Educare all’Arte, nato dall’esperienza dei corsi di formazione per insegnanti curati dai Servizi educativi del Palaexpo per il Comune di Roma, è una riflessione teorica sulla didattica dell’arte con proposte di laboratorio, questo secondo volume vuole fornire agli educatori e a quanti si avvicinano per la prima volta all’arte contemporanea gli strumenti per leggerla, comprenderla, decifrarla. E propone di farlo in modo libero e immediato: ripercorrendo lo sviluppo, nel corso della storia, di quattro tematiche fondamentali - il ritratto, l’oggetto, lo spazio e l’astratto - o procedendo per salti, accostamenti e suggestioni.
L’introduzione, dalle origini alla modernità, di Anna Maria Panzera, gli appunti sul Novecento di Cristina Francucci e le brevi schede che guidano alla lettura di ciascuna immagine costituiscono un impianto teorico solido ma “leggero”, sul quale ogni lettore può progettare un personale percorso, fino a costruire il proprio “museo ideale”.
Ad arricchire ulteriormente il libro, e a distinguerlo dagli altri dedicati allo stesso argomento, ci sono poi le parole degli artisti, che permettono di addentrarsi più a fondo nelle scelte creative, di scoprire nuove prospettive di riflessione e proposte di lettura.
Non viene infine dimenticato il momento del fare, imprescindibile nell’educazione all’arte. Ogni sezione include infatti la proposta di un’esperienza estetica che non solo attivi un diverso canale di comprensione, ma che aiuti a guardare la realtà circostante con uno sguardo nuovo.

Nell’introduzione si legge “Educare all’arte significa educare alla vita”. Ci può illustrare questo concetto?
Cristina Francucci
(curatrice) – “Sono per l’arte che si intreccia con la vita di tutti i giorni e nello stesso tempo ne salta fuori. Sono per l’arte che il bambino lecca dopo aver tolto la carta”. Sono parole di Claes Oldenburg, una delle “citazioni d’artista” riportate nel libro. Se l’opera d’arte deve intrecciarsi con la vita, se deve essere assaporata una volta scoperta, non può che essere un pre-testo per attivare processi più ampi e per aiutare a guardare e interpretare la realtà. In una società sempre più complessa, in cui le informazioni si moltiplicano fino a stordire, prendere in prestito dall’arte contemporanea stimoli, materiali e modalità di lettura significa appropriarsi di strumenti spendibili nella propria quotidianità. Educare all’arte vuol dire quindi offrire ad ognuno, attraverso la meraviglia e lo stupore dell’esperienza estetica, la possibilità di sviluppare la propria sensibilità e raggiungere autonomia e capacità critica nel leggere e giudicare il mondo circostante, nel con-prendere, cioè prendere con sé, grazie ai sensi e al pensiero, quel vissuto estetico per trasportarlo nella propria vita. Nel libro, per sottolineare l’importanza dell’esperienza nella comprensione dell’arte e favorire un rapporto attivo nell’incontro tra questa e la quotidianità, ogni tema scelto come filo conduttore del testo, diviene l’incipit di un’esperienza estetica che coinvolge il lettore in un percorso creativo volto a rinnovare il proprio sguardo verso la realtà circostante.

Le note introduttive, tra le righe, suggeriscono al lettore di accostarsi al libro individuando un percorso autonomo, libero, personale. La fruizione dell’arte può dunque diventare, a sua volta, un’esperienza creativa?
Anna Maria Panzera (autrice) – L’arte di tutte le epoche e di tutti i luoghi del mondo si propone al fruitore come creazione ed uso di linguaggi diversi da quello verbale, iconici ed aniconici; l’arte contemporanea, poi, è stata anche in grado di rielaborare in maniera autonoma ed originale i codici espressivi e comunicativi presenti nella quotidianità. Questo assunto è una costante nel libro: da un lato, allontana positivamente l’arte dall’idea del bello e della perfezione (che fa dell’opera un affascinante ma isolato unicum) ; dall’altro, la avvicina al lettore come ricerca e potenzialità che può appartenergli, che può essere idealmente ripercorsa. Inoltre, l’offerta di vari itinerari attraverso le immagini fa si che l’osservatore attento possa elaborare un personale repertorio, da cui partire per creare nuove prospettive dello sguardo e della sensibilità.

Al termine di ogni sezione viene presentato un libro per l’infanzia. Quali sono le ragioni di questa scelta?
Paola Vassalli – Penso che l’albo illustrato, cioè quel libro che narra storie per immagini, sia una prima forma di educazione visiva, cioè di educazione allo sguardo. Quell’educazione che gli artisti propongono sempre, quando ci invitano ad “imparare a vedere”, cioè a cogliere significati nelle cose e il senso più profondo nei rapporti. I bambini, come gli artisti, pensano per immagini. E da dove viene questo pensiero per immagini? Dal pensiero irrazionale del primo anno di vita, in assenza della parola; quel pensiero irrazionale che noi adulti recuperiamo nei sogni e che gli artisti ci restituiscono nelle loro opere. Per questo abbiamo preso in prestito dai libri per bambini e ragazzi le immagini dei grandi maestri dell’illustrazione contemporanea facendoli dialogare con le immagini dell’arte. Così Roberto Innocenti traccerà il proprio ritratto grazie all’incontro con i personaggi che hanno nutrito la sua biografia di lettore; Tomi Ungerer racconterà la storia del secolo scorso attraverso un orso di pelo, oggetto simbolo di ogni infanzia più o meno negata; Bruno Munari ci guiderà nello spazio della sua amata Milano durante una giornata di nebbia e Leo Lionni ci parlerà di amicizia ed altro ancora grazie a due macchie di colore che assurgono alla dignità di protagonisti del suo famoso Piccolo e blu e piccolo giallo, due amici che abbracciandosi diventano altro da sé e si trasformano in piccolo verde.

Quale rilievo assume l’educazione all’arte in Italia? E negli altri paesi? Sta cambiando qualcosa?
Valentina Zucchi
(autrice) – Intellettuali e studiosi lamentano, ormai da tempo, le carenze del sistema scolastico italiano nel formare adeguatamente alla storia e alla tecnica delle arti: i media riportano così - con preoccupante frequenza - lamentele, appelli, proposte da parte di coloro i quali non intendono rassegnarsi a un’offerta curricolare che, certamente per quanto concerne le arti, mostra evidenti carenze e debolezze. Come potranno le giovani generazioni - ci si chiede - essere sensibili al proprio patrimonio, proteggerlo, custodirlo, valorizzarlo, se non saranno stati dotati di adeguate chiavi di lettura e comprensione, ancor prima che di strumenti critici e operativi? Come potranno i beni culturali italiani - che rappresentano peraltro una percentuale così alta dell’intero patrimonio del pianeta - non versare nel degrado e nell’incuria, se non si sarà in grado di riconoscerne il valore? L’insegnamento della storia dell’arte è infatti sempre più sacrificato, a tutti i livelli scolastici; e i docenti, in perenne stato di frustrazione, tentano di barcamenarsi entro tali recinti per poter coprire almeno gli argomenti principali previsti dai programmi. In questo panorama i musei e le istituzioni culturali possono rivestire un ruolo tutt’altro che marginale: pur non potendosi sostituire all’istruzione formale, hanno l’opportunità di porsi come interlocutori privilegiati di un soggetto in difficoltà, di offrire un supporto formativo tutt’altro che accessorio, di colmare - almeno in parte - le lacune che la scuola inevitabilmente lascia. E, ancora più importante rispetto a temi, informazioni e contenuti, possono aiutare i giovani a sviluppare quella sensibilità che, una volta divenuti adulti, consentirà loro di essere cittadini consapevoli e attenti al proprio patrimonio culturale, alla contemporaneità artistica, alla conservazione e alla bellezza. Dunque, un’educazione informale che può porsi come sostegno sempre più necessario alla scuola, che può diventare “palestra” (informale appunto) degli occhi e della mente dei giovani, che può essere risorsa formativa permanente per tutte le generazioni. Ecco perché i servizi educativi di un museo rivestono un ruolo tutt’altro che facile: in un contesto nel quale le arti rischiano di diventare pallide ombre, se non caricature di loro stesse, è compito del museo delinearne il profilo, offrirne il racconto, presentarne la straordinaria potenza. Una joint-venture, quella fra museo e scuola, assai proficua e fruttuosa, che in Italia fatica ad affermarsi mentre all’estero è già diventata realtà: basti pensare ai partenariati attivi nelle città degli Stati Uniti, della Francia o dell’Inghilterra, ai programmi che consentono tanto ai musei quanto alle istituzioni scolastiche di completarsi e di potenziarsi reciprocamente sviluppando quell’abitudine alla cultura, quella capacità espressiva, quel gusto per la bellezza che costituiscono - dagli albori della storia, non a caso - i presupposti per la crescita di un individuo e di una società.

Il libro ripercorre i momenti cruciali che hanno segnato la storia dell’arte. La rappresentazione di persone, oggetti e luoghi ha ceduto il passo - soprattutto a partire dal Ventesimo secolo - alla ricerca di linguaggi inediti, alla volontà di andare “oltre la figura” (per citare il titolo di una sezione del libro). Quale rapporto esiste tra questi mutamenti e l’evoluzione dei metodi educativi?
Anna Maria Panzera
– È un discorso complesso. Il metodo educativo cambia molto, a seconda che sia rivolto agli adulti, agli adolescenti o ai più piccoli addirittura nella scuola dell’infanzia. Un esempio: talvolta gli adulti mostrano maggior confidenza con l’arte figurativa tradizionale ed un radicale scetticismo nei confronti delle altre esperienze visive; i bambini, invece, si confrontano con entrambe senza pregiudizi. La ragione non è nel fatto che le modalità espressive infantili e quelle degli artisti contemporanei siano assimilabili. Piuttosto sta: 1) nella naturale apertura dei bambini, che li induce a confrontarsi più liberamente anche con ciò che è molto diverso da loro stessi; 2) nella dimestichezza che le giovani generazioni e gli artisti hanno con le moderne tecnologie, che oggi danno vita per esempio alla videoarte o alla commistione dei linguaggi verbali e visivi. Tutti strumenti, peraltro, dai quali la didattica non può prescindere e che permettono di porre in essere l’infinita varietà delle attività simboliche, anche in assenza di materiali più tradizionalmente “artistici”. Basti considerare, banalmente, a quanto possano essere utili le semplici riproduzioni fotografiche delle opere d’arte per la nozione dei loro sistemi formali, che spesso sfuggono allo sguardo diretto.

Il mondo della comunicazione è lo scenario di cambiamenti senza precedenti. Qual è o quale potrebbe essere il ruolo di internet e delle tecnologie multimediali nell’educazione all’arte?
Valentina Zucchi
– Le giornate di ciascuno di noi si definiscono in una doppia realtà: da una parte c’è quello che viviamo realmente, nella nostra fisicità; dall’altra c’è quello che proviamo, con pari intensità e pregnanza, nel virtuale. Virtualis è “ciò che esiste in potenza”: è la realtà possibile, quella su cui ognuno può intervenire, all’interno della quale è possibile trovare un proprio spazio e una propria forma di essere-nel-mondo. Possiamo creare un blog, accedere a ogni tipo di informazione, effettuare miriadi di scelte e di azioni che ormai si sono trasferite sul web. Una doppia realtà, dunque, entro cui ci muoviamo ormai con agio, con dimestichezza, dimenticando le differenze e i confini fra tangibile e intangibile, plasmando in libertà le forme del mondo, sfumando i contorni dell’apparenza e, di conseguenza, quelli della realtà. Il virtuale non vive infatti solo su uno schermo di computer: si è diffuso per le strade, negli edifici, è penetrato nei nostri spazi, li ha abitati, li ha modificati, li trasforma in un continuo gioco tra verità e finzione, tra ragione e inganno: d’altronde le tecnologie contemporanee sono certo in grado di offrire un mondo ancora più vero, più plausibile, più convincente di quello, appunto, “reale”. Come già negli anni Sessanta del Novecento Guy Debord aveva acutamente scritto, “tutta la vita delle società nelle quali predominano le condizioni moderne… si presenta come un’immensa accumulazione di spettacoli. Tutto ciò che era direttamente vissuto si è allontanato in una rappresentazione“. Quale può essere la collocazione delle arti in un tale scenario? Se per millenni le arti si sono potute esprimere grazie alla materia, concreta e tangibile, come rapportarsi con un’arte immateriale? Se già nell’antica Grecia Platone definiva l’arte come “copia della copia“, mentre gli artisti Zeusi e Parrasio gareggiavano nel fingere una realtà ancora più illusoria del mondo stesso, come si colloca un’educazione all’arte che sappia - con intrigante abilità e tuttavia con rispetto della storia - giocare con il reale e con l’apparenza? Come far coesistere l’oggetto artistico in sé con una sua valorizzazione virtuale dai toni spettacolari, senza dubbio più attuale e più suadente? Come proporre una mediazione culturale che restituisca la voce all’opera d’arte senza sovrapporsi ad essa e cancellarla? Educare all’arte oggi implica, di necessità, considerare tutto questo; impone una riflessione attenta ed equilibrata sul rapporto fra la storia e la sua riproposizione, fra materiale e immateriale, fra verità e finzione, fra cultura e intrattenimento: le tecnologie contemporanee rendono certamente possibili una diffusione, una spettacolarizzazione, una interazione con il pubblico mai immaginata prima. Ma solo un loro utilizzo sapiente e calibrato consentirà di proporre un accesso (ancor prima di un’educazione) all’arte che sia rispettoso di quella realtà con la quale, volenti o nolenti, dobbiamo pur sempre fare i conti.

Intervista a cura di Danilo Zanelli

 

Per la redazione si ringrazia Giulia Franchi.

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