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Marco Petrus, pittore di icone

Marco Petrus, pittore di icone /

In anteprima un estratto del testo di Fulvio Irace presente in Petrus Milano, in uscita per Electa: una personale e suggestiva guida pittorica e architettonica di Milano realizzata dall’artista Marco Petrus

Milano – scrisse Gio Ponti – “è la città più architettonica d’Italia”. Anzi – citando Forneaux
Jordan dalle pagine di “Observer” – “the most modern city in the world and the most
italian thing in Italy
”. Il tono poteva apparire esaltato, ma a metà degli anni cinquanta la prospettiva era esatta, confermata anche, nel 1955, dalle meravigliate osservazioni di Kidder Smith nel suo inedito tour d’Italie moderne – Italy Builds – e ancor prima da quelle di Piero Bottoni che con la sua Antologia di edifici moderni a Milano, pubblicata dall’Editoriale Domus nel 1954, inaugurava quel format delle guide d’architettura contemporanea, cui si adegueranno Milano oggi di Gio Ponti (1957), Nuove architetture a Milano di Roberto Aloi (1959) e Architettura moderna a Milano di Agnoldomenico Pica (1966). (…)
Dopo essere stata la culla del futurismo agli inizi del XX secolo e quella del novecentismo e del razionalismo nel periodo tra le due guerre,Milano si trovava ad affrontare una terza rifondazione in nome degli ideali rinnovati di un paese che scopriva la democrazia e quindi la necessità di riformulare in una diversa chiave sociale i temi dell’abitare e del lavorare, dello svago e della cultura. Rispetto alle altre città d’Italia e soprattutto alla sua eterna rivale – Roma – la “capitale morale” si era ritagliata il ruolo di laboratorio sperimentale, di incubatrice delle ipotesi più ardite perché legate alle esigenze dell’industria e della committenza privata più che alle costrizioni di un potere politico in cerca di affermazione. (…)

Prima venne il liberty; poi, il neoclassicismo, il déco, il razionalismo, il novecentismo furono declinazioni di uno scenario urbano che attirò costantemente l’attenzione degli artisti: questi, non solo collaborarono con gli architetti in emblematici saggi di “unità delle arti”, ma adottarono la quinta della città come elemento intrinseco alla loro pittura. Soprattutto negli anni venti e trenta, nel clima di “Valori Plastici” e del “Realismo Magico”, la pittura su quadro si fece camera oscura aperta sulla strada: la città entrò nell’interno e questo provvide la cornice alla magia di una città sospesa nel silenzio di un crepuscolo metafisico. Mario Sironi, Achille Funi, Ubaldo Oppi crearono l’iconografia di una città novecentista, dove il clamore dei cantieri
si era placato per dar luogo al silenzio dell’ascolto:modesti caseggiati o storici muri, piazze abbandonate o chiese deserte si affacciavano dentro stanze silenti dove austeri personaggi in posa recitavano i modi della malinconia urbana. (…)
Mezzo secolo dopo, Marco Petrus si è messo in animo di ritessere quel filo slabbrato negli anni cinquanta dal proiettarsi della pittura urbana in arte applicata alla città: gli artisti dell’astratto e dell’informale estesero il raggio della loro pittura sui muri stessi dell’architettura, creando la sintesi delle arti non nel chiuso della camera oscura ma, per così dire, en plein air.(…)

Utilizzando con malizia una tecnica di rappresentazione volutamente naïve, Petrus parte dalla fotografia per eliminarne ogni residuo di rumore urbano: la ripulisce di tutto ciò che appartiene al regno dell’uso, la pantografa con una stesura di colore piatto e senza sfumature. Riporta la sagoma dell’architettura alla silhouette dello stereotipo, come un artista bizantino avrebbe fatto con l’immagine sacra del Cristo o della Vergine. Alla sontuosità del fondo oro sostituisce i toni acidi di cieli rossi, celesti o aranciati: fondale perfetto per celebrare l’Assunzione dell’Architettura nell’empireo della memoria. (…)

Partendo da Milano, Petrus infatti ha imparato a riconoscere l’architettura nelle sue geografie planetarie: a riconoscere in essa, cioè, l’appartenenza al medesimo album di famiglia. Dal piano materiale l’ha ricondotta quindi sul piano concettuale: l’ha separata dal contesto. L’ha spiazzata per meglio riconoscerne l’appartenenza a un’idea universale. Ha fermato per questo le lancette dell’orologio, come nelle piazze d’Italia di de Chirico, bloccandola sul passaggio pericoloso tra fisica e metafisica. Come un pittore di icone, Petrus crede insomma nel valore salvifico dell’Architettura, fonte di mistero e di adorazione. Anno dopo anno, viaggio dopo viaggio, colleziona nel mondo elementi da aggiungere al suo carnet di naturalista; poi, nel chiuso del suo studio, li estrae dalle teche di carta dove ne ha composto il ricordo e li mette in circolo nella grande opera della sua missione di pittore del sacro: la costruzione di un’iconostasi virtuale dietro cui celebrare il mistero dell’eterno accadere dell’Architettura.

testo di Fulvio Irace tratto dal volume Petrus’Milano in uscita per Electa

Scopria anche il volume Architettonica Petrus





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