Su Correggio /

AUTORE /
Alberto Arbasino
ISBN /
978883706064
ANNO PUBBLICAZIONE /
2008
PREZZO /
15   EURO
EDITORE /
Electa
COLLANA /
pesci rossi
IN LIBRERIA /
Aprile
PAGINE TOTALI /
80
ILLUSTRAZIONI /
44
LINGUA /
Italiana

Con lo stile che gli è proprio, Arbasino disegna un profilo vivace e insolito di Correggio,pittore di grazia seducente e illusione celeste, non trascurando di narrarne la vita. Ultimo dei grandi maestri del Rinascimento, egli fu più abile di tutti nell’elaborarne le influenze.“Dopo i “divino! divino!” di Stendhal (“che grazia seducente! che grazia celeste! la grazia dell’espressione unita a quella dello stile! un miracolo! è musica e non scultura!… ravissant, étonnant, charmant, adorable, irrésistible, sublime!”), quanti decenni di rabbuffi e cipigli: Correggio troppo grazioso… Correggio lezioso… Correggio sdolcinato… Correggio smanceroso… Correggio manierato… Troppo delizioso e religioso? … Parmigiano, culatello, affettato? … Bewunderungswürdig! … Fra Madonne e lambruschi, sopra- o sottovalutato? O, piuttosto, gran morbidezza non disgiunta da vera grandiosità?”

Questo l’incipit, avvincente e ritmico, del ritratto a parole e per immagini che Alberto Arbasino, con il suo inconfondibile stile, disegna di Antonio Allegri detto il Correggio: un profilo vivace e insolito dell’ultimo dei grandi maestri del Rinascimento, pittore di grazia seducente e illusione celeste, ma dalle alterne fortune critiche, nell’anno delle sue celebrazioni.
Il volume rappresenta un viatico colto e raffinatissimo alla comprensione delle sue tele più soavi sparse nei musei di mezza Europa e dei suoi capolavori immobili, le cupole a Parma, eppure vortici di luce alle soglie del barocco, apoteosi della pittura: opere dettagliatamente illustrate nell’album fotografico a corredo del testo che con maestria le evoca.
Come lascia intendere il titolo del libro - che riesuma il complemento di argomento dei classici, dei filosofi greci, dei sofisti o logografi ellenistici, degli oratori latini - l’interpretazione dello scrittore di Voghera è naturalmente letteraria e a tutto tondo, al contempo ambigua e polimorfa. E gli deriva dalla sua vasta cultura, dalle esperienze, dal suo gusto.

Con una leggerezza e una mobilità senza precedenti nell’arte di scrivere l’arte - che fanno la caratura di Arbasino - egli riesce, talvolta pure con una certa insolenza per straniamento nella finzione, a raccontare anche altre storie, sempre diverse e attuali. L’autore ci attira così nei saloni delle pinacoteche illustri dalle pareti intiepidite per gli erotici amori di Giove, la soffice Io in estasi come una Santa degli Orgasmi – quella che sarà del Bernini in scultura – e Ganimede che lascia sulla terra il cane perplesso per l’aquilotto esplicito…

A Vienna facile è il confronto con gli altri angioletti impudichi di Parmigianino che, come il paragone nelle pale d’altare, tradisce gli stimoli che il pittore fornì agli artisti successivi, il Parmigianino appunto, e i Carracci, lui che aveva saputo, nella costruzione dello spazio figurativo e nel linguaggio formale ricco di sfumature, operare una efficace e personale sintesi tra classicismo raffaellesco e naturalismo emiliano-lombardo.

Quella famosa luce del Correggio a Dresda emana da uno dei più suggestivi notturni del Cinquecento, quasi accecante dal corpo del Bambino, che si riverbera sugli astanti, prima che in Rubens, con un effetto di grande efficacia emotiva. La medesima che pervade, con un accento stavolta patetico, il Cristo morto del Compianto che Wilhelm Heinse nel suo viaggio a Parma del 1787 aveva paragonato alla Deposizione Borghese di Raffaello: “Secondo me, egli ha superato tutti e tiene il primo luogo come un Sofocle, tanto grandi sono la severità, la commozione e la semplicità con cui tratta l’episodio, rinunziando alla sua consueta magnificenza di colori e alla sua sorridente maniera. Il divino giovane, pallido, esangue, giace disteso. Maddalena gli siede a lato, immersa in profonda tristezza, e versa calde lacrime, come un’amante inconsolabile; il dolore della tenera madre per il terribile destino del figlio confina con l’amarezza della morte. Li avvolge una torbida luce; tutto è in grandezza naturale”.

Arbasino sa dunque filologicamente recuperare descrizioni e commenti d’autore e d’epoca in un virtuosistico circuito di citazioni da Burckhardt, Berenson, Longhi…, ma eccelle soprattutto quando una guancia, un collo lungo, una frutta autunnale evocano in lui ancora libere associazioni di immagini d’arte vicine e lontane, fotografie sbiadite, un incanto musicale di Čajkovskij, aneddoti della cronistoria dimenticata, il ricordo di conversazioni salottiere con amici intellettuali di sottile ironia.
Sono gli affreschi delle cupole parmensi infatti a ispirarlo maggiormente: voyeuristica è l’esperienza estetica nella segreta Camera della Badessa con i suoi putti giocosi nella verzura dalle carnagioni freschissime da guardare e non toccare: li ritroviamo efebi fra i michelangioleschi nudi degli apostoli rapiti dalla visione di Cristo con San Giovanni a Patmos, in una centrifuga ascendente di corpi e nubi verso un accecante squarcio di cielo che si affolla e si accelera nel tripudio wagneriano della più grandiosa e illusionistica cupola del Duomo con l’Assunzione della Vergine tante volte prima amorevolmente ritratta.

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